La vicenda artistica di Nino Della Notte (nato a Nardò nel 1910 e morto a Lecce nel 1979) ha attraversato due periodi cruciali della storia italiana del ‘900, quello tra le due guerre e quello che dal secondo dopoguerra giunge fino alla crisi degli anni settanta. E, a ben guardare, la sua esperienza artistica è come fortemente segnata dal tragico discrimine del secondo conflitto mondiale, che lo vide direttamente coinvolto con la sua quarta mobilitazione militare tra Luglio del 1943 e Giugno del 1944.
La sua ricca formazione artistica, svoltasi tra Lecce, Roma e Napoli, che spaziò dalle varie tecniche del disegno, dell’affresco e della pittura a olio, a quelle delle arti applicate, lo mise al riparo dal rischio di cedimenti alle sollecitazioni di facili mode, sì che alla ripresa del secondo dopoguerra egli si rivelò già maturo per scelte più impegnative. Il suo percorso, da quel momento può ben definirsi uno straordinario crescendo, nel quale la presa di coscienza delle conseguenze del conflitto, lo spine a guardare con diversa sensibilità alle sue radici, al suo Salento, che ora entrava prepotentemente nella sua visione poetica.
Un passo di Vittorio Bodini del 1953 esprime bene il valore e il senso della svolta erificatasi nella sua pittura tra la fine degli anni quaranta e gli inizi dei cinquanta. Commentando alcuni suoi dipinti, vi rilevava già «un universo intensissimo di passioni, di stati d’animo, di storia», aggiungendo: «questa pittura non può mai essere un mero fatto tecnico, ma scaturisce dalla poesia stessa dei propri oggetti, contenuto e forma di se stessa. Ci troviamo, insomma, di fronte al primo vero e compiuto interprete di una terra che finalmente accusa la propria vicenda umana, distogliendosi alla pur mirabile ed anzi prodigiosa coreografia paesaggistica, per es. di un incenso Ciardo.
Nino Della Notte non ha predecessori nell’aver popolato la scena salentina di personaggi consoni alla sua realtà non solo geografica e storica, ma sentimentale e ideale. Le sue donne sono le stesse cose e cieli, paesi e alberi, anfore e chiese. In esse confluisce un caleidoscopio di emblemi e di pretesti scenografici, ma ne esce un altro egualmente svariato e imperioso, in uno scambio e in un fluttuare di cantante eticità». Parole profetiche, se si guardano i capolavori degli anni settanta, nei quali la modernità dei mezzi espressivi trova il suo esito più felice e intenso. Non casualmente il tema più frequentato è il paesaggio, allo stesso tempo parte e totalità del proprio etnos, paesaggio nel quale il colore non ha nulla di gratuito e la cui bellezza sta nel suo materiarsi e solidificarsi in un vero e proprio ordine architettonico, non più, dunque, immagine di un fugace stato d’animo o d’una emozione, ma simbolo della sua essenza profonda.
Le immagini di Della Notte sono drammatiche in sé, non descrivono luoghi e cose e per una quasi naturale forza astraente mi sono sembrate evocare l’ambiguità della stessa danza, quella ambiguità che ne determina il fascino sottile, esprimendosi, come la pittura, senza la parola. Ognuno potrà, infatti, colmare questo vuoto con le proprie parole, ma anche con le idee e le proprie emozioni, e conservare in sé il grande desiderio di bellezza.
Il Salento di Nino Della Notte è un Salento che non “pizzica”, un Salento di gente semplice, che si sveglia presto, che costruisce e che produce, che vive il tempo secondo i ritmi scanditi dalle campane delle chiese, che combatte conla terra arsa dal sole, soprattutto fatto di donne che non hanno né tempo né voglia di contorcersi sul pavimento al ritmo di un tamburello, di donne nate dal mare che portano dentro di sé, tra le loro forme, il calcare delle conchiglie, tale loro ossa la pietra di tufo. Donne elegantissime non per abiti sontuosi, ma per postura. La schiena dritta, lo sguardo fiero, le braccia forti».