La mezzaluna sugli scafi: galee turche, nel mezzo del canale d'Otranto...Le prue una a una si voltarono verso Otranto, e man mano che la distanza diminuiva, si potevano ben distinguere le galee dalle galeotte, i maoni dalle fuste, le quali davanti alle altre vele scavavano con la prua l'acqua.
Venerdi 29 luglio 1480. Sono le prime ore del mattino: dalle mura della città di Otranto comincia a scorgersi all'orizzonte e diventa sempre più visibile una flotta composta da 90 galee, 15 maone e 48 galette. A bordo, 18.000 uomini. Turchi. L'armata musulmana è guidata dal pascià Agomaht, detto Fatih “il conquistatore”, uomo furioso, ignorante e crudele. Nel 1453, alla guida di un esercito di 260 mila uomini, aveva conquistato Bisanzio e da quel momento coltivava il progetto di espugnare Roma e di trasformare la basilica di San Pietro in una stalla per i suoi cavalli. Nel giugno 1480 toglie l'assedio a Rodi, difesa con coraggio dai suoi cavalieri, e punta la flotta verso il mare Adriatico. L' intenzione è di approdare a Brindisi, porto più agevole, per risalire l'Italia fino a raggiungere la sede del Papato, ma il vento contrario lo costringe a scegliere Otranto, la “Bisanzio delle Puglie”, la più orientale delle città della penisola.
A Otranto c'erano solo quattrocento soldati del Re di Napoli Ferdinando d'Aragona che alla vista dei turchi scapparono lasciando da soli i suoi abitanti. Uomini d'arme e cittadini si rinchiusero nel castello e si accinsero a sopportare l'assedio. Il pascià, attraverso un messaggero, propone una resa a condizioni vantaggiose: “se non resisterete, uomini e donne saranno lasciati liberi e non riceveranno alcun torto”. “Se vogliono Otranto devono prenderla con le armi”, fu la risposta. L'assedio che segue è martellante: le bombarde turche rovesciano sulla città centinaia di grosse palle di pietra (molte sono state conservate e sono ancora oggi visibili per le strade del centro storico idruntino). Dopo quindici giorni, all'alba del 12 agosto, gli ottomani aprono una breccia, irrompono nelle strade, massacrano chiunque capiti a tiro, raggiungono la cattedrale, nella quale in tanti si sono rifugiati, abbattino la porta e dilagano nel tempio. Il 13 agosto Agometh proclama la condanna a morte di tutti e ottocento i prigionieri. Al mattino seguente, costoro vengono condotti con la fune al collo e le mani legate dietro la schiena al colle della Minerva, a poche centinaia di metri dalla città dove il tiranno comandò la decapitazione.
Il sacrificio di Otranto non è importante soltanto sul piano della fede. Le due settimane di resistenza della città consentono all'esercito del re di Napoli di organizzarsi e di avvicinarsi a quei luoghi, impedendo così ai 18 mila ottomani di dilagare per la Puglia. I cronisti dell'epoca non esagerano nell'affermare che la salvezza dell'Italia Meridionale fu garantita da Otranto: e non solo quella, se è vero che la notizia della presa della città inizialmente aveva indotto il pontefice allora regnante, Sisto IV (1414-1484), a programmare il trasferimento ad Avignone (Pastor), nel timore che gli ottomani si avvicinassero a Roma. Ciò che rende questo straordinario episodio pieno di significato, anche per l'europeo di oggi, è che nella storia non sono mai mancate testimonianze di fede e di valori civili, né sono mai mancati gruppi di uomini che hanno affrontato con coraggio prove estreme. Mai però, è accaduto un episodio di proporzioni così vaste: un'intera città dapprima combatte come può, e tiene testa per più giorni all'assedio; poi risponde con fermezza alla proposta di abiura. Colpisce, però, che il sacrificio di 800 sconosciuti pescatori, artigiani, pastori e agricoltori, uomini e donne di una città periferica, caduti nella rete di un grande destino, ancora oggi non hanno ricevuto il riconoscimento diffuso che meritano.